**“ .. ogni storia è la storia di qualcuno…” Bruner **
Filiberto (nome di fantasia) mi contatta per chiedermi di (riporto le sue parole) “ mi aiuti a fare pace con me stesso..”, ha 22 anni e mi dice: “mi sento angosciato e triste, forse solo e malato”
L’angoscia è ciò che non mente.**[1]**
Gli domando cosa fa questione dentro di lui e come un fiume in piena mi racconta di una storia finita male e del suo bisogno di “affogare” i dispiaceri nell’alcol.
Gli chiedo come si sente dopo aver bevuto e mi dice: “mi sento immobile, fermo, senza pensieri… “gli domando: *“quasi anestetizzato?” *
Mi dice: “si ed è bellissimo, non sento più dolore, più paura…”
Gli chiedo cosa significa per lui provare dolore, e mi dice: “qualcosa che mi opprime il petto, che mi lascia senza fiato e poi ho paura…ma mi capita fin da bambino..”
Gli domando cosa gli faceva paura da bambino e mi dice: “mio padre..quando tornava ubriaco era un incubo, mi nascondevo sotto il tavolo e cercavo di non respirare..”
Gli domando come definirebbe suo padre e lui mi dice: “un codardo alcolizzato…”
Con il termine “dipendenza” ci si riferisce a una moltitudine di differenti situazioni: accanto alle più conosciute dipendenze da sostanze psicoattive (come alcol, droghe o farmaci), vengono attualmente descritte altre tipologie di “dipendenze senza sostanza” o dipendenze comportamentali, che riguardano la messa in atto incontrollata di attività socialmente accettate, come la dipendenza da lavoro, quella sessuale o affettiva, da gioco d’azzardo, da Internet, lo shopping compulsivo, l’ortoressia (l’abnorme attenzione alle regole alimentari e alle scelte dei cibi) fino alla dipendenza da allenamento sportivo.
Poi mi dice: “io ho iniziato a bere durante l’adolescenza… appena ho scoperto che così riuscivo a sentirmi meglio..”
Pur essendovi un uso dell’alcol che risponde ad esigenze diverse (ad esempio, i desideri di sperimentazione, di gioco e di incontro), è nel quadro psicologico fatto da Jeammet che si iscrivono e si intrecciano: abuso di sostanze e di alcol (molte volte un poliabuso), disturbi dell’alimentazione e depressione. In questa prospettiva i motivi che possono determinare il bere problematico delle adolescenti possono essere così riassunti:
1) la curiosità ed il bisogno di “provare” sensazioni, emozioni, esperienze;
2) la pressione del piccolo gruppo di amici/amiche (alle quali le ragazze sembrano essere particolarmente sensibili;
3) la percezione di perdita di controllo del corpo dovuta all’irruzione del flusso mestruale ;
4) sentimenti di vergogna ed inadeguatezza legati alle trasformazioni del corpo ed alle aspettative del contesto sociale e culturale ;
5) la de-idealizzazione delle figure parentali e la riattivazione del complesso edipico;
6) tensioni, spesso esasperate, tra desideri di autonomia e dipendenza, soprattutto dalla famiglia;
7) l’assunzione di quella che Erikson chiama identità negativa. [2]
L’alcolista, comunque lo si voglia valutare da un punto di vista diagnostico, si trova in una condizione in cui lo stato di sobrietà lo spinge in qualche modo a bere, o gli suggerisce il primo passo verso l’intossicazione.[3]
Chiedo a Filiberto come lui si definirebbe oggi, fa silenzio per qualche secondo, in quel momento ho paura di essere stata troppo diretta, lui mi dice: “come quel bastardo di mio padre… solo che almeno non ho fatto figli proprio per non essere come lui…”
Gli chiedo che padre sarebbe voluto essere: “un padre sicuro, che da coraggio, che si prende cura dei figli e della moglie, non un padre che si riempie di alcol e poi tira giù la casa..”
Gli chiedo di raccontarmi qualche ricordo che ha del padre non ubriaco e lui mi dice: “ quando avevo 6/7 anni mi ha insegnato ad andare in bicicletta ed è stata la giornata più bella della mia vita..”
Mi racconta, in preda all’emozione…” Sa dottoressa, mio padre non è stato sempre cosi, prima beveva sporadicamente ed era capace di lavorare, prendersi cura di mia mamma.. ma poi qualcosa si è rotto e non ho capito cosa sia successo davvero..”
La storia famigliare è una trama fatta di orditi, fili, nodi che si intrecciano e spesso non è facile ri-costruire cosa sia accaduto o cosa si sia spezzato.
Chiedo a Filiberto di sua mamma e lui sospira e mi dice: “ mamma sapeva cucinare, ma poi era debole, faceva ciò che diceva mio padre e non mi ha mai difeso… forse era una vittima, ma la capisco…”
Gli chiedo: “ cosa direbbe sua mamma di lei oggi, secondo lei?
Mi risponde a fatica e mi dice: “ che sono stato una vittima di mio padre e che sono alcolizzato come lui..”
Filiberto si è incupito, il dolore per il suo passato si unisce a quello per il presente.
Gli chiedo: “cosa sogna per sé stesso oggi?”
“Sogno una donna, una relazione e sogno di smettere di bere”
Gli dico: è disposto Filiberto a rinunciare a cosa lo ha fatto ammalare?
Mi dice: “l’alcol o la mia famiglia?”
La sua risposta mi spiazza, gli faccio notare che lui mi ha sempre parlato al passato dei suoi genitori e che in ogni caso, ciò che si porta dentro di noi è la famiglia interna e su quella possiamo insieme rileggere il copione e comprendere i vari nodi…
“per quanto riguarda l’alcol, invece, Ferdinando, il discorso è diverso… l’alcol è la sua stampella e rimanere senza potrebbe gettarla nel terrore, quindi bisogna che tutto venga fatto gradualmente.. lei nella ruota del cambiamento è nella fase che in gergo si chiama di contemplazione…”[4]
Ferdinando mi dice: “ e cosa dovrei fare?”
Gli rispondo che lui vuole smettere di bere e non vuole somigliare a suo padre, a quello alcolizzato, ma al padre che gli ha insegnato ad andare in bicicletta…
Gli porgo un opuscolo sulla dipendenza da sostanze e da alcol e gli dico che si potrebbe, se volesse, valutare di fare una seduta con lo psichiatra con cui collaboro per definire, qualora se ne ravvisi la necessità, anche un supporto farmacologico.
Filiberto mi dice: “ ma non sono pazzo e poi queste medicine mi farebbero male…”
Sorrido e gli dico: “ no, non è pazzo… e le medicine, comunque, non credo facciano più male dell’alcol..”
Mi sorride a sua volta e mi dice: “ ad un certo punto devo fidarmi di qualcuno, mi affido a lei, scelga lei..”
Gli dico: “No, Filiberto, io posso indicarle una strada, ma è lei a scegliere..vede, un supporto psicologico è un po’ come un viaggio autentico dentro di sé…”
Mi dice: questo discorso mi piace, ha il sapore della menta, continui..
“Insieme, Filiberto, ci si trova per comporre un progetto e per condividere degli obiettivi. Prima di partire occorre essere nelle condizioni adatte, avere attenzione per sé stessi, e per l’Altro, sensibilità e curiosità ed occorre disporsi a riconsiderare le proprie forze, a offrire un contributo al ricevere un aiuto, e ad assumersi le proprie responsabilità.
Dopo aver fatto una via non si è più come prima, Il cambiamento è in atto e la mente del viaggiatore modificata, l’orizzonte si è capovolto e un altro equilibrio è stato reinventato. L’esplorazione diventa allora l’occasione di chiarire e ridefinire i contorni della propria persona e io, Filiberto, voglio aiutarla a guardarsi attraverso degli occhi nuovi, voglio aiutarla a vedere un mondo nuovo.”
Filiberto mi dice: avrò paura?
Gli dico che spesso avanzare verso l’ignoto può far paura, ma la mia presenza è quella di aiutarlo a conoscere l’ignoto man mano che lui vi si inoltrerà, l’esplorazione può ridurre l’inquietudine e l’angoscia del vuoto.
Il desiderio di andare oltre ciò che non si vede richiama alla memoria gli holzwege di Heidegger, ossia sentieri che, interrompendosi improvvisamente, costringono il viandante a salire verso inesplorato e a ripiegare sui propri passi, poiché il viaggio autentico inizia proprio dove finisce la strada.[5]
Il cammino di Filiberto, sarà fatto di salite e strade impervie, di momenti di disperazione che spesso coincidono con la ricerca dell’Altro (in questo caso l’acol).
“L’altro da sé più irriducibile dell’alcolista, è l’altro bottiglia. Questo peculiare altro da sé è ingaggiato dall’alcolista in una lotta orgogliosa di tipo simmetrico. Una lotta per il potere destinata a riprodursi ad infinitum perpetuando la reciprocità simmetrica del ‘ o ti controllo io, o mi controlli tu’”[6]
Ed in questo cammino io voglio esserci.
[1] J.Lacan
[2] Fajardo Latino R. Adolescent girls and addiction. In: Straussner SLA, Brown S (Ed.). The handbook of addiction treatment for women. San Francisco: Jossey-Bass; 2002. p. 229-51.
[3] Bateson, G., Verso un’ecologia della mente, Adelphi, Milano, 1977
[4] “Modello TransTeorico del Cambiamento”, che sarebbe in seguito stato applicato con successo al cambiamento intenzionale nei comportamenti di dipendenza (DiClemente e Prochaska, 1982).
La diffusione del modello si deve alla sua capacità di sintetizzare e rendere fruibile per i professionisti sanitari un costrutto complesso come il cambiamento (nel quale la motivazione è concepita come un continuum, anziché come fattore tutto-o-nulla), individuandone con chiarezza i processi, gli stadi e i fattori psicologici coinvolti (Diclemente, 1994).
Secondo Prochaska e Diclemente, infatti, il cambiamento si declina lungo 5 stadi:– Precontemplazione (la persona non manifesta motivazione a cambiare);– Contemplazione (ci sta pensando, potrebbe cambiare entro i 6 mesi successivi);– Determinazione (sta pianificando un cambiamento nell’immediato futuro);– Azione (sta compiendo un cambiamento);– Mantenimento (il cambiamento è avvenuto da 6 mesi o più);– Uscita definitiva dal modello: il mantenimento di un dato cambiamento non richiede ulteriore impiego di energie, è ormai acquisito (modalità “pilota automatico”);– Ricaduta: implica una ripresa del comportamento problematico ed un reingresso in stadi precedenti del modello.Per saperne di più: https://www.stateofmind.it/2017/12/modello-transteorico-cambiamento/
[5] Heidegger M. (1959), In cammino verso un linguaggio, Mursia, Milano, 1973.
[6] Manghi S., La conoscenza ecologica. Attualità di Gregory Beteson, Cortina, Milano 2004

