” ogni particolare ricordo è un’amalgama fra ciò che è stato codificato al momento dell’evento, le conoscenze di base all’interno delle quali l’evento è stato integrato, l’interpretazione del significato dell’informazione, l’adeguatezza delle strategie di recupero ed il contesto di recupero…”**[1]**
I ricordi essendo soggetti ad una ricostruzione continua ogni qualvolta vengono richiamati in memoria, i diversi elementi della traccia mnemonica possono essere modificati, aggiunti o eliminati dopo ogni nuova rievocazione.
Questa forma di elaborazione è anche alla base dei “falsi ricordi” ossia quel fenomeno per cui una persona possiede chiari ed evidenti ** ** ricordi di un evento che, tuttavia, non ha mai sperimentato.
Un ricordo non autentico, che può essere totalmente inventato, derivare da altri ricordi reali parzialmente alterati o essere frutto dell’aggregazione di vari frammenti di memorie distinte che vengono ricombinati insieme.In una ricerca l’americano Michael Stadler e l’italiana Monica Fabiani hanno messo in luce un meccanismo sperimentale che consente di riconoscere due tipi di memorie dal punto di vista dell’attività cerebrale.
La differenza è tutta in una “firma sensoriale”, la traccia lasciata dai nostri sensi quando l’informazione è stata registrata durante lo svolgimento di un evento reale.
Se l’informazione è vera, al momento di recuperarne la memoria la traccia sensoriale si riattiva, ed è possibile rilevare l’attività cerebrale a cui è collegata. Informazioni dettagliate da più sensi si attivano nelle zone del nostro cervello, fatto che con le false memorie non avviene. I ricordi illusori evocati nel corso di esperimenti riguardavano parole tranello, legate per associazione a quelle realmente vedute.
Leggendo le parole “buio”, “notte” e “cuscino”, ad esempio, era facile credere di aver letto anche il vocabolo “sonno”, poiché la memoria lavora anzitutto per associazioni. Ecco che una nuova traccia semantica si “accende” nel nostro cervello.[2]
Come i due ricercatori mostrano attraverso l’esperimento, i ricordi sono, quindi, molto malleabili e possono essere facilmente distorti e modificati, ** ** numerose ricerche hanno dimostrato che la sollecitazione di un atto di immaginazione può far si che un individuo produca falsi ricordi che l’individuo stesso reputa credibili in quanto organizzati in storie possibili.
Un esempio sulla malleabilità dei ricordi è stato fatto da Elisabeth Loftus con l’aiuto di due fratellini, Jim e Chris.
Gli sperimentatori si accordano con il fratello più gande, Jim di 15 anni; lo invitano ad andare a casa della mamma e dal fratellino Chris di 8-10 anni e parlare con lui del Natale, raccontandogli un episodio mai accaduto: Chris si sarebbe perso e sarebbe stato riaccompagnato dai familiari in lacrime, lo avrebbe riaccompagnato un uomo anziano.
Chris rimane perplesso, ma non nega l’accaduto e quando Jim aggiunge maggiori dettagli Chris ricorda l’evento e descrive vividamente l’uomo che lo ha riportato dalla famiglia.
Quest’esempio di falso ricordo mostra quanto la suggestionabilità sia essenziale nel poter creare un ricordo mai esistito.[3]
Nel parlare di ricordi non si può non parlare di eventi traumatici e di quanto questi possano influenzare il ricordo dell’avvenimento stesso e di conseguenza della personalità.
La relazione tra trauma e ricordo è legata, quindi, anche alla questione del vero e del falso, della realtà e della ricostruzione, dell’obbiettivo e del soggettivo ed alla sindrome dei falsi ricordi.
Il trauma è “ ciò che non può essere rappresentato o detto, è ciò che non è integrato e integrabile perché soverchia le capacità di legame psichico dell’apparato psichico, è una parte minacciosa ed eccitata insieme dall’esperienza che non entra nel vissuto e nella storia del soggetto, che esprime una risi radicale del legame evento-senso, anzi una rottura di questo legame, è ciò che fa fallire la capacità della vita normale di cercare continuamente in un orizzonte di senso il fondo traumatico che lo alimenta.” [4]
I primi a parlare di trauma in psicologia furono Janet e Charcot.
Secondo il filosofo e psichiatra francese Janet, che ha influenzato ampiamente la teorizzazione in quest’ambito, il trauma psicologico è un evento che, per le sue caratteristiche, risulta “non integrabile” nel sistema psichico pregresso della persona, minacciando di frammentare la coesione mentale.
L’esperienza traumatica può rimanere dissociata dal resto dell’esperienza psichica, causando una sintomatologia dissociativa.Charcot, neurologo francese, formulò il termine Isteria traumatica, attribuendola proprio ad un forte shock.
Esperienze traumatiche possono essere di differenti tipi e diversa gravità e sono associate a differenti probabilità di sviluppare un disturbo post traumatico perché l’effetto sulla persona dipende dal tipo e dalla gravità del trauma subito.[5]Lo sviluppo di un bambino che subisce un trauma è contraddistinto da un danno pervasivo che si manifesta attraverso segni e modalità complesse.
I membri della Developmental Trauma Disorders Taskforce (istituita all’interno del NCTSN – National Child Traumatic Stress Network) hanno identificato un costrutto diagnostico definito “disturbo traumatico dello sviluppo” (Developmental Trauma Disorder – DTD) per includere tutti quei sintomi ricorrenti nei bambini che hanno storie traumatiche.
Un evento traumatico, “reale” o “immaginario, ha un ruolo cardine nello sviluppo della personalità.
In questo contesto è importante sottolineare quanto il ricordo di un abuso sessuale durante l’infanzia, “reale” o “immaginario”, possa compromettere lo sviluppo della personalità.
Secondo Ferenczi il trauma psichico, non genera un’idea patogena, ma irrompe in un mondo di relazioni e di significati, sconvolgendolo e disorganizzandolo. [6]
L’Analista ungherese colloca il trauma nella relazione del bambino con un adulto per lui significativo.
L’adulto, contrariamente alle aspettative del bambino, ha con questi un comportamento eccitante, terrorizzante o doloroso.
Successivamente tale comportamento viene negato o minimizzato dall’adulto quindi il bambino, privato della possibilità di ricevere riconoscimento o conforto in relazione a quanto vissuto, resta disorientato e confuso.[7]
Quest’ultimo, quindi, nel parlare di trauma durante l’infanzia guarda a come entri prepotentemente in gioco l’importanza dell’assenza, dell’odio parentale e dell’abbandono emotivo, sottolineando che l’importanza del trauma va aldilà della sua veridicità, può essere realmente accaduto o semplicemente immaginato.
In conclusione, dobbiamo a Ferenczi il merito di aver portato l’attenzione sul fatto che il trauma riveste una grande importanza nella formazione della personalità, indipendentemente se il ricordo è realmente accaduto o solo immaginato.[8]
[1] Berliner, L., & Briere, J. (1999). Trauma, memory, and clinical practice. In L. M. Williams & V. L. Banyard (Eds.), Trauma & memory (p. 3–18). Sage Publications, Inc.
[2] Di Giorgio C. (2001). Il mistero delle false memorie così la mente crea ciò che non è. La Repubblica
[3] Loftus E.F. (1997), “Come si creano i falsi ricordi”, In Le Scienze, vol.I;
[4] Barale F., Uccelli S. (2001), “ Alle fonti delle concezioni psicodinamiche della psicosi”, in Rivista di psicoanalisi, vol. XL VII, Borla, Roma.
[5] Bonomi, C. (2000). La psicologizzazione del trauma. Nascita e tramonto della diagnosi di "nevrosi traumatica" (1870-1920ca). Teoria & Modelli, n.s., 5 (1-2):125-161.
[6]Ferenczi S. (1932 b), "Diario clinico", Cortina, Milano, 1988
[7] Ferenczi S. (1932 a), Confusione delle lingue tra adulti e bambini, in "Fondamenti di Psicoanalisi", Guaraldi, Rimini, 1974, vol. 3
[8] Ferenczi S. (1934 ), Riflessioni sul trauma, in "Opere", Cortina, Milano, 2002, vol. 4

